Ursula von der Leyen era stata incaricata di predisporre un piano dettagliato, atteso per il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Tuttavia, la realtà geopolitica ha rapidamente riscritto l’agenda. L’iniziativa “One Market, One Europe” è stata inaspettatamente rinviata a data da destinarsi, vittima collaterale di un preoccupante accumulo di crisi internazionali. Il rinvio solleva interrogativi: è semplicemente un eccesso di “carne al fuoco” che impedisce di affrontare seriamente la tematica e le sue complesse implicazioni, o nasconde forse una più profonda difficoltà nel mettere nero su bianco proposte ambiziose, ma non ancora sufficientemente condivise tra i Paesi membri? La decisione, comunque motivata, segna un momento di interruzione per un progetto strategico fondamentale per la prosperità europea.
L’emergenza globale prende il sopravvento

L’emergenza della guerra in Iran e Libano si è aggiunta alla crisi in Ucraina, creando uno stato di tensione permanente e crescente, amplificato anche dal difficile rapporto con l’Amministrazione Trump. Questa congiuntura rende inevitabile per i leader europei concentrarsi innanzitutto su quello che sta letteralmente “bruciando”, nella speranza di spegnere gli incendi più urgenti. La necessità di affrontare le immediate minacce alla stabilità globale ha relegato in secondo piano le discussioni sul futuro economico interno dell’Unione, costringendo a una revisione delle priorità in un contesto di incertezza.
I Paesi membri si trovano in una situazione incredibilmente difficile. Confronteranno una guerra in Medio Oriente di cui non erano stati informati, sebbene tocchi un’area di primario interesse politico ed economico per l’Unione. Successivamente, sono stati chiamati in soccorso per garantire la libertà di circolazione nello stretto di Hormuz, una richiesta che equivale, di fatto, a un’implicita richiesta di ingresso in guerra contro l’Iran. Questa mossa metterebbe a rischio la loro posizione, scontrandosi con gli interessi di Trump e mettendo in crisi le loro delicate alleanze. La tensione è palpabile: da un lato non vogliono inimicarsi il presidente USA, onde evitare guai sempre peggiori, ma dall’altra sono sempre più convinti che gli Stati Uniti si siano cacciati nel conflitto più perché trascinati da Israele che in nome di una vera strategia di “regime change”.
Divisioni interne e un futuro incerto
Nonostante Trump annunci baldanzoso vittorie e l’eliminazione chirurgica di figure chiave del regime degli Ayatollah, a quasi venti giorni dall’inizio degli attacchi, le contromosse iraniane non cessano e il ricambio generazionale sembra funzionare. La strategia ha gettato un’ondata di instabilità sull’intera regione, all’insegna del “muoia Sansone con tutti i filistei” e della migliore tradizione del culto del martirio, proprio dell’Islam sciita. In questo contesto volatile, gli europei hanno per ora schivato la richiesta di aiuto di Trump, attirandosi ancora una volta gli strali del presidente USA. Ma la domanda cruciale rimane: e poi? Quale sarà la prossima mossa in un panorama così imprevedibile?
Al Consiglio europeo, i leader si vedranno di persona, per la prima volta dal 28 febbraio, con profonde divisioni già evidenti. Ci saranno coloro che hanno sostenuto, in misura più o meno accentuata, l’intervento in Medio Oriente o comunque non vi si sono opposti, e coloro che ne hanno denunciato il carattere “al di fuori del diritto internazionale”. Kaja Kallas, l’Alta rappresentante per la politica estera europea, ha espresso una verità scomoda: “Trump vuole dividere l’Europa”. È proprio così, e in gran parte ci è già riuscito, persino a livello di stati nazionali, come dimostra la situazione in Polonia. Il Consiglio europeo si trova di fronte alla sfida di ritrovare una voce unita, o almeno un percorso comune, in un momento di estrema fragilità interna ed esterna, con il rischio di compromettere la sua stessa coesione.

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