Addio agli spettacoli dei detenuti, la circolare del DAP ha bloccato tutto | Chiuse anche le visite degli studenti

Renato
Nelle carceri italiane, un’ombra si allunga sulle attività culturali e formative, in particolare sul teatro. Quella che fino a poco tempo fa era considerata una risorsa fondamentale per il percorso riabilitativo dei detenuti, oggi si è trasformata in un problema, come denuncia Mauro Sironi, direttore artistico di Geniattori, un’associazione che da anni lavora con i reclusi del carcere di Monza. Se il Marassi ha visto annullare per la prima volta in 24 anni la sua Via Crucis, la situazione è ben più complessa a livello nazionale. La causa principale di questo drastico cambiamento è una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) che ha centralizzato ogni decisione e imposto un giro di vite senza precedenti.

L’impatto di questa nuova direttiva è stato immediato e devastante. I progetti che avevano richiesto mesi di preparazione, dedicazione e speranza sono stati stroncati sul nascere. La compagnia teatrale di Monza, ad esempio, avrebbe dovuto portare fuori dal carcere il frutto di un anno di prove attraverso un festival aperto al pubblico. Questo non sarà più possibile, a causa delle nuove restrizioni che negano ai detenuti dell’Alta sicurezza la possibilità di partecipare ad attività esterne e impediscono agli studenti di entrare negli istituti. Un duro colpo per un sistema che puntava sull’arte come veicolo di riscatto e integrazione sociale.

Attività negate e contraccolpi sui detenuti

Attività negate e contraccolpi sui detenuti

Le conseguenze delle attività negate sui detenuti: un disagio crescente in carcere.

 

La circolare del DAP ha introdotto misure restrittive che hanno di fatto isolato ulteriormente il mondo carcerario. A partire dall’autunno scorso, a Roma è stata centralizzata ogni decisione, traducendosi nell’esclusione di tutti i detenuti dell’Alta sicurezza dalle attività in esterna e nel blocco della partecipazione degli studenti in progetti all’interno delle carceri. Serena Andreani, organizzatrice del Festival di Teatro carcere e comunità di Monza, racconta la frustrazione di aver dovuto annullare repliche già organizzate per le scuole e contatti avviati con vari istituti. «Abbiamo dovuto far saltare tutto», afferma, evidenziando il caos organizzativo e la delusione.

Per affrontare le nuove restrizioni, si è cercato di correre ai ripari, ad esempio attrezzando una sala polivalente all’interno del carcere di Monza per permettere ai reclusi di esibirsi almeno per familiari, compagni di cella e spettatori rigorosamente adulti. Ma il contraccolpo sui detenuti è stato inevitabile. «Lavorare un anno per poi non fare nulla che senso ha?», hanno domandato alcuni, esprimendo un profondo senso di scoraggiamento. Mauro Sironi spiega che negare l’esibizione all’esterno significa “continuare a considerare le persone solo il reato commesso”, vanificando il percorso riabilitativo intrapreso. Il teatro, infatti, spinge a misurarsi con se stessi e i propri limiti, offrendo uno strumento potente di crescita personale.

Un’occasione persa per la società

Un'occasione persa per la società

Un’opportunità vitale è andata persa, con gravi ripercussioni sociali.

 

Le nuove direttive non colpiscono solo i detenuti, ma rappresentano anche una straordinaria occasione persa per la società esterna. Ciro, un detenuto che partecipa al progetto “Teatro Oltre” dell’associazione Agar nell’istituto di massima sicurezza di Asti, ripete continuamente a Silvana Nosenzo l’importanza di queste attività. Anche ad Asti e Saluzzo, a venti giorni dal debutto di uno spettacolo, è stato comunicato che gli studenti non avrebbero potuto assistere. Un boccone amarissimo per i detenuti attori, che hanno espresso un senso di profonda disperazione: «Se ci devono ammazzare, lo facciano una volta per tutte, non poco a poco».

Il debutto c’è stato comunque, organizzato per i familiari all’interno del carcere, ma il valore educativo e sociale di un confronto con gli studenti è andato perduto. Mentre il ministero sembra voler tenere lontani i giovani dalle carceri, molti professori, invece, vedrebbero volentieri i loro studenti confrontarsi con i risultati concreti di quella vita criminale che per alcuni può apparire come un distorto modello. Un docente, racconta Nosenzo, aveva chiesto di coinvolgere le sue quinte “a rischio”, riconoscendo l’approccio correttivo e preventivo che il teatro in carcere può offrire. La chiusura a queste iniziative non è solo un danno per i reclusi, ma un impoverimento per l’intera comunità.


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