La sentenza di 35 pagine smonta l’argomentazione dell’amministrazione Trump, che rivendicava un’ampia autorità per apportare modifiche alla storica residenza al 1600 di Pennsylvania Avenue. Il giudice Leon ha sottolineato un principio fondamentale: “Il Presidente degli Stati Uniti è il custode della Casa Bianca per le future generazioni di presidenti. Non ne è, tuttavia, il proprietario”. Questa affermazione ha messo in discussione la legittimità delle modifiche strutturali proposte, evidenziando come “nessuna legge si avvicina minimamente a conferire al presidente l’autorità che egli rivendica”.
La pronuncia arriva dopo una causa intentata lo scorso dicembre dal National Trust for Historic Preservation, che ha contestato la legalità del progetto e chiesto la sua sospensione in attesa di un esame pubblico. Nonostante l’amministrazione Trump avesse ottenuto l’approvazione della Commission of Fine Arts e fosse in attesa del voto della National Capital Planning Commission, la sentenza del giudice federale potrebbe ora rendere irrilevanti tali approvazioni, ponendo un freno definitivo all’opera.
Il progetto faraonico e la battaglia legale
Il progetto faraonico: una complessa battaglia legale.
Il salone delle feste, descritto come un vero e proprio “gioiello della corona” da Donald Trump, avrebbe comportato lo stravolgimento di un terzo della Casa Bianca. I rendering del progetto, spesso pubblicati e discussi dal presidente in ogni occasione pubblica, anche quando il tema dominante era la guerra in Iran, mostravano un’opera di grande sfarzo e dimensioni considerevoli, destinata a diventare la più raffinata del suo genere a livello mondiale, secondo le sue affermazioni.
La battaglia legale ha avuto inizio quando il National Trust for Historic Preservation ha sollevato dubbi sulla legittimità dell’intervento. L’organizzazione ha sostenuto che un’opera di tale portata dovesse essere sottoposta a un rigoroso esame pubblico. La Casa Bianca, in risposta, aveva presentato il progetto alla Commission of Fine Arts, ottenendone l’approvazione. Si attendeva poi il voto della National Capital Planning Commission.
È noto che l’allora presidente Trump aveva provveduto a riempire entrambe le commissioni con alleati. L’intento era chiaramente quello di facilitare l’approvazione del suo progetto. Tuttavia, la sentenza del giudice Leon ha sovvertito questo scenario, mettendo in discussione la validità di tali approvazioni e ribadendo la necessità di rispettare i limiti imposti dalla legge sulla conservazione del patrimonio storico e architettonico della Casa Bianca. La questione non è solo di grandezza, ma di legittimità costituzionale riguardo l’uso e la trasformazione di un bene pubblico simbolo della nazione.
La reazione furiosa del tycoon
Pochi minuti dopo la notifica della decisione del giudice, la reazione di Donald Trump non si è fatta attendere. Con un lungo post sul suo social network, Truth, l’ex presidente ha scatenato la sua furia, accusando il National Trust for Historic Preservation di essere “un gruppo di estremisti di sinistra composto da folli”. Il tycoon ha espresso il suo disappunto per un blocco che, a suo dire, riguardava un progetto “che rientra nel budget, è in anticipo sulla tabella di marcia, viene costruita a costo zero per i contribuenti e sarà l’edificio più raffinato del suo genere in tutto il mondo”.
Trump ha poi proseguito il suo attacco ricordando di essere stato criticato anche per i lavori di ristrutturazione del Kennedy Center, oggi da lui stesso ribattezzato ‘Trump-Kennedy’, mentre non una parola sarebbe stata pronunciata contro “la Federal Reserve per un edificio che è stato devastato e distrutto, sia all’interno che all’esterno”. Il palazzo della Banca Centrale americana è da tempo un punto dolente per l’ex presidente, che non ha mancato di approfittare dell’occasione per attaccare anche il suo presidente, Jerome Powell, riaccendendo vecchie polemiche.
Questa reazione dimostra ancora una volta la sua propensione a contrattaccare con veemenza di fronte a qualsiasi ostacolo ai suoi piani, soprattutto quando questi toccano la sua immagine e la sua visione della “grandeur”. La sentenza del giudice non è stata solo un blocco legale, ma una sfida diretta alla sua autorità percepita e alla sua capacità di realizzare progetti di prestigio, scatenando una risposta che fonde disprezzo per gli oppositori e rivendicazione della propria visione.
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