La reazione di Teheran non si è fatta attendere ed è stata altrettanto dura. Il comando militare centrale iraniano ha respinto l’ennesimo ultimatum, con il generale Ali Abdollahi Aliabadi che ha definito la minaccia di Trump “un’azione disperata, nervosa, squilibrata e stupida”. Rilanciando il linguaggio religioso del presidente americano, Aliabadi ha avvertito che “il semplice significato di questo messaggio è che le porte dell’inferno si apriranno per voi”, prefigurando un’escalation che potrebbe avere conseguenze devastanti.
Malcontento interno e calo di popolarità della guerra
Dietro le quinte dell’amministrazione Trump, cresce il malcontento e la preoccupazione. Secondo un retroscena del Time, Susie Wiles, capo di gabinetto del presidente, ha espresso da giorni forti timori su alcuni collaboratori del tycoon. La sua critica si concentra sul fatto che qualcuno stia fornendo a Trump una versione troppo edulcorata di come la guerra sia percepita a livello nazionale, esortando i colleghi a essere “più franchi con il capo”.
Queste preoccupazioni sono fondate sui dati. I sondaggi dipingono un quadro chiaro dell’impopolarità del conflitto. La CNN rivela che solo il 34% degli americani approva la guerra, un dato allarmante per la Casa Bianca. Persino Tony Fabrizio, storico sondaggista di Trump, aveva presentato al presidente dati che indicavano l’operazione come altamente impopolare. In quell’occasione, Wiles era stata tra le più assidue nel spiegare a Trump che una prosecuzione del conflitto avrebbe inevitabilmente causato un crollo del suo consenso, danneggiando non solo la sua rielezione ma anche le prospettive dei repubblicani.
Fonti interne alla Casa Bianca riportano un presidente sempre più irritato dall’immagine negativa che la guerra sta proiettando. Questa fase complessa impone all’amministrazione di stringere i ranghi, cercando di contenere i danni politici e mediatici di un conflitto che non sembra riscuotere l’appoggio sperato tra l’opinione pubblica.
Scosse al Pentagono e il ridimensionamento degli isolazionisti
Le ripercussioni della guerra e del calo di popolarità si manifestano con forza anche al Pentagono, dove il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha intrapreso una purga interna, licenziando diversi ufficiali di alto rango. Il primo a farne le spese è stato il capo di Stato maggiore Randy George, seguito dal generale David Hodne, capo del Comando per l’addestramento e la trasformazione dell’esercito, e dal maggiore generale William Green, capo dei cappellani.
Le motivazioni ufficiali di questi allontanamenti non sono state fornite, ma le voci interne sono chiare. Da quando si è insediato, Hegseth si è scontrato con numerosi generali, accusati di non fare abbastanza per rendere l’esercito più combattivo. L’allontanamento di Green, in particolare, sembra legato alla sua presunta mancanza di sostegno alla campagna del segretario per dipingere il conflitto come una “guerra benedetta da Dio”, evidenziando una profonda divergenza ideologica all’interno delle forze armate.
Il Washington Post rivela come, nell’ultimo anno, Hegseth si sia scontrato spesso anche con il segretario dell’Esercito Dan Driscoll, fedelissimo del vicepresidente JD Vance. Funzionari dell’amministrazione fanno sapere che Driscoll non può essere licenziato facilmente, e per questo Hegseth sta cercando di fargli “terra bruciata” intorno. Il sospetto è che sia in atto un ridimensionamento delle frange isolazioniste dell’amministrazione, vicine a Vance. Per queste ragioni, sono finiti nel mirino anche figure come Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale e molto critica verso la guerra, ed Elbridge Colby, sottosegretario della Difesa e strenuo sostenitore del disimpegno USA dal Medioriente. Un vero e proprio terremoto politico che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere a Washington.

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