Ius Soli, prosegue la “sfida” tra Trump e la Corte Suprema Amricana | “Siamo l’unico Paese al mondo così stupido da consentirlo”

Renato
La Corte Suprema americana è stata teatro di un evento storico: per la prima volta, un presidente in carica, Donald Trump, ha presenziato a un dibattito cruciale. Il tycoon ha deciso di sfidare apertamente i nove giudici che in passato lo avevano “tradito” su questioni come i dazi, presentandosi all’udienza sullo ius soli. L’abolizione del diritto di cittadinanza per nascita è stata una delle pietre angolari della sua campagna presidenziale e uno dei primi provvedimenti firmati nell’Ufficio Ovale. Tuttavia, la misura è stata impugnata dall’American Civil Liberties Union (ACLU), portando la questione al massimo tribunale statunitense.

Già dalle prime battute, il clima in aula ha rivelato un certo scetticismo da parte dei saggi nei confronti delle argomentazioni presentate dall’avvocato del governo, John Sauer. Il presidente Trump, seduto in un’area riservata ai personaggi illustri, ha ascoltato in silenzio per circa un’ora prima di lasciare la Corte, senza attendere la controparte. Nessun commento pubblico immediato, ma il suo disappunto è emerso poco dopo su Truth, la sua piattaforma social. “Siamo l’unico Paese al mondo così STUPIDO da consentire la cittadinanza per ‘diritto di nascita’”, ha attaccato Trump, una tesi che la Biblioteca del Congresso ha smentito, indicando oltre 30 Stati che garantiscono lo stesso diritto “senza condizioni”.

Le argomentazioni dell’amministrazione e i dubbi dei saggi

La tesi dell’amministrazione Trump si fonda su una reinterpretazione della clausola del 14esimo emendamento della Costituzione, ratificato nel 1868. Questo emendamento garantisce la cittadinanza a “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla giurisdizione” del Paese. All’epoca della sua adozione, il concetto moderno di immigrazione illegale non esisteva. Tuttavia, in passato la Corte e il Congresso avevano stabilito eccezioni allo ius soli per i figli dei diplomatici, di Paesi ostili e persino per i nativi americani, che non erano considerati “soggetti alla giurisdizione” delle leggi americane.

Nel 1924, il Congresso approvò una legge per estendere la cittadinanza ai nativi americani. L’avvocato del governo, John Sauer, ha cercato di far leva proprio sull’eccezione relativa alle tribù, presentandola come una prova storica a sostegno della posizione dell’amministrazione. Secondo questa interpretazione, i figli degli immigrati privi di documenti e dei residenti legali temporanei non sarebbero “completamente soggetti” alla “giurisdizione politica” della nazione. Essi “devono fedeltà” altrove e, entrando negli Stati Uniti, avrebbero violato la legge.

I massimi giudici, inclusi i conservatori Samuel Alito e Neil Gorsuch, quest’ultimo nominato da Trump stesso, hanno incalzato duramente Sauer. Hanno espresso forti perplessità sull’argomentazione logica, sull’approccio storico e sull’uso di precedenti che, a loro avviso, sembravano giocare a sfavore della posizione governativa.

Le implicazioni della sentenza e le reazioni

La tesi della difesa, presentata dall’American Civil Liberties Union, ha evidenziato che le tribù native furono escluse dal diritto di cittadinanza per nascita in quanto considerate nazioni distinte, con una propria sovranità. Questa condizione è fondamentalmente diversa da quella dei migranti, che sono comunque soggetti alle leggi americane, anche qualora il loro ingresso nel Paese sia avvenuto in maniera irregolare. L’abolizione dello ius soli, secondo la difesa, non colpirebbe solo i figli di immigrati irregolari, ma avrebbe conseguenze ben più ampie, toccando anche molti futuri genitori che risiedono legalmente nel Paese, inclusi studenti con visto, richiedenti asilo o individui beneficiari di misure temporanee di protezione.

Le stime fornite dall’ACLU sono allarmanti: se la Corte Suprema dovesse confermare l’ordine esecutivo di Trump, si prevede che circa 250.000 neonati verrebbero privati della cittadinanza americana. Proiettando questi numeri nel futuro, si stima che nei prossimi vent’anni l’abolizione dello ius soli potrebbe colpire un totale di circa 4,8 milioni di persone. Una decisione in merito non è attesa prima di giugno o luglio, ma l’udienza ha già chiarito la complessità e la portata storica della questione, con implicazioni profonde per il futuro della cittadinanza negli Stati Uniti.


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